lunedì, 02/11/2026

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Rampini condivide la sua esperienza alla maratona di New York, tra comunità ortodossa e corridori distratti.

La maratona di New York ha di nuovo dimostrato il suo fascino magnetico, attirando corridori e spettatori da ogni angolo del mondo. Personalmente, ho avuto l’opportunità di assistere a questo evento eccezionale, mentre celebravo…

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La maratona di New York ha di nuovo dimostrato il suo fascino magnetico, attirando corridori e spettatori da ogni angolo del mondo. Personalmente, ho avuto l’opportunità di assistere a questo evento eccezionale, mentre celebravo il brillante secondo posto di Yeman Crippa sulla Park Avenue. Ieri, mentre lui tagliava il traguardo in un impressionante tempo di due ore e sei minuti, io mi trovavo in una situazione ben diversa, lottando contro la fatica e la sofferenza molto più indietro nella corsa.

La mia personale battaglia era iniziata il giorno prima, quando un noto atleta parlava della sindrome del «panico da vigilia» sul New York Times. Mi sembrava di sperimentare ogni sintomo, con dolori muscolari a cui non avevo mai prestato attenzione prima. Nella notte tra sabato e domenica, il risveglio è stato brusco: un forte raffreddore mi ha fatto temere per la mia performance.

Tuttavia, New York ha compiuto il suo miracolo, come sempre. Le condizioni meteorologiche erano splendide, un cielo blu e temperature miti hanno accolto i partecipanti per l’evento. La città ha abbracciato i sessantamila corridori con un calore e un entusiasmo che sono unici. In altre località, i disagi causati dalla maratona possono generare frustrazione, ma a New York la paralisi del traffico è accettata con spirito festoso.

Durante la corsa, ci siamo sentiti sostenuti da una folla entusiasta, il cui tifo era tanto commovente quanto divertente. Tra i cartelli che ho visto, alcuni erano impossibili da tradurre, come «You run better than the government» e «Less hard than dating in NYC». La città, con la sua incredibile varietà culturale, offre un panorama affascinante: ho attraversato il quartiere degli ebrei ultra-ortodossi, dove, oltre al tifo, ho notato manifestazioni di opinioni politiche forti.

La musica vibrante lungo il percorso ha reso l’esperienza ancora più memorabile; bande di quartiere suonavano con passione, e tra tutte, una band di percussionisti a Queens è stata la mia preferita, capace di trasmettere un ritmo contagioso. Per noi, dilettanti rispetto a corridori come Crippa, la maratona è un modo unico per esplorare e apprezzare New York.

Il gran finale nel Central Park, circondato da un tripudio di colori autunnali, è stato una ricompensa sufficiente per ogni sforzo. L’emozione di vedere il Plaza Hotel e la storica skyline di Central Park South ha reso indimenticabile questo evento, che continua ad attrarre migliaia di partecipanti ogni anno.

Un aspetto triste, però, è la crescente presenza di corridori che partecipano alla maratona con il cellulare in mano, più interessati a selfie che all’essenza della corsa. Anche se a quella velocità, è una preoccupazione minore rispetto a chi usa il telefono mentre guida. La maratona di New York rimane, nonostante tutto, un’esperienza straordinaria, che celebra non solo l’atletica, ma la comunità e la cultura di una delle città più iconiche del mondo.