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Prescrizione del reato complica la gestione di 460 tonnellate di rifiuti da smaltire

La questione della gestione dei rifiuti confiscati in seguito a un processo per reati ambientali si complica ulteriormente quando la prescrizione interviene a chiudere il caso senza individuare un colpevole. In questo scenario, il…

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La questione della gestione dei rifiuti confiscati in seguito a un processo per reati ambientali si complica ulteriormente quando la prescrizione interviene a chiudere il caso senza individuare un colpevole. In questo scenario, il destino di tonnellate di rifiuti diventa un rebus che coinvolge diverse autorità, dal giudice al sindaco, fino al Ministero della Giustizia.

Dal 2019, ben 459.100 chili di rifiuti sono ammassati presso l’area della società «Bonomelli» a Chiuduno. Questa situazione si è creata a causa di reati ambientali legati alla società Sheltia Work Trade, i cui rappresentanti sono stati accusati di accumulo illecito di rifiuti. Tuttavia, il processo si è arenato, con la prima udienza fissata nel 2024 e la successiva dichiarazione di prescrizione nel 2025, lasciando i rifiuti a languire in un limbo giuridico.

La giudice Donatella Nava ha disposto la confisca e la distruzione dei rifiuti, ma la questione del loro smaltimento ha rivelato le sue complessità. I carabinieri forestali hanno tentato di trovare una soluzione, ma la loro richiesta è stata considerata inammissibile. Di conseguenza, il compito è passato al pubblico ministero, che ha poi affidato il problema al sindaco di Chiuduno per una possibile ordinanza di rimozione.

Il sindaco Piermauro Nembrini ha cercato di chiarire la situazione, sostenendo che la responsabilità dello smaltimento ricade sulla cancelleria del tribunale. Tuttavia, la giudice ha risposto che il sindaco avrebbe dovuto impugnare il provvedimento del pubblico ministero. Recentemente, la Cassazione ha dato ragione al sindaco, sottolineando che la questione del costo, stimato in circa 700 mila euro, resta una preoccupazione centrale.

La situazione è ulteriormente complicata dal fatto che la società Bonomelli, proprietaria del capannone, è stata privata della possibilità di utilizzare la sua proprietà a causa della presenza dei rifiuti. Gli avvocati della società hanno denunciato il cortocircuito giuridico che impedisce al proprietario di rimettere in funzione lo stabilimento, evidenziando come questa situazione rappresenti un rischio per l’ambiente e un danno crescente per la comunità.

Con la risposta di Roma che indica la questione come competenza del capo dell’ufficio giudiziario, la speranza è che l’ultimo pronunciamento della Cassazione possa finalmente risolvere questa intricata vicenda, permettendo una gestione adeguata e urgente dei rifiuti confiscati.