GERUSALEMME – Un sabato sera qualsiasi in una tavernetta a nord di Tel Aviv, cinque uomini si riuniscono attorno a un tavolo tra biscotti, cioccolatini e caffè. Tra sorrisi e fotografie scattate per immortalare l’armonia, emerge un obiettivo politico ben preciso: Yair Lapid, che ha convocato l’incontro, punta a ripetere l’alleanza vincente del 2021, quando riuscì a estromettere Benjamin Netanyahu dal potere. Un’impresa mai più replicata da allora.
Oggi, la sfida è diversa: Lapid deve unire personalità con stili e ideologie contrastanti, come Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore, e Avigdor Lieberman, noto per i suoi astuti stratagemmi. Tuttavia, Lapid dimostra di essere disposto a sacrificare le proprie ambizioni per garantire che Netanyahu non torni a governare.
Il summit di fine settembre ha già prodotto risultati tangibili, come la foto simbolica di unione, che segna un importante passo avanti per Lieberman, il quale fino a quel momento aveva evitato di condividere lo stesso inquadramento con Yair Golan, leader dei Democratici. L’accordo, frutto di discussioni intorno a dolciumi e snack, ha portato alla stesura di un documento che proclama la necessità di un fronte comune, definendo le prossime elezioni come “cruciali per il destino dello Stato”.
Questa “coalizione del cambiamento e della speranza” è consapevole della necessità di attrarre consensi da destra, in particolare da quegli elettori del Likud che si sentono delusi dalla lunga leadership di Netanyahu e dalle sue scelte strategiche in seguito ai tragici eventi dell’ottobre 2023. Già lo scorso marzo, Lapid aveva sondato l’umore dei giovani del suo partito, Yesh Atid, riguardo a un possibile accordo con Golan, preoccupato che potesse allontanare l’elettorato.
Nonostante le divergenze, l’opposizione ha bisogno di Golan per raggiungere i 61 seggi necessari per la maggioranza, ma la sua inclusione è vista con scetticismo da alcuni alleati, come Lieberman ed Eisenkot, che rifiutano qualsiasi supporto esterno dai partiti arabi. Le tensioni tra i candidati si intensificano, con Bennett che ha recentemente visto crescere il suo partito, Yashar, superando il Likud, portando a una competizione interna per la leadership.
Infine, le ambiguità del passato di Bennett, ex consigliere di Netanyahu, alimentano diffidenze e timori tra i suoi alleati, specialmente in vista di un possibile accordo con la coalizione di estrema destra dopo le elezioni, se le circostanze dovessero favorire tale alleanza. La situazione si fa intricata mentre il futuro politico di Israele resta appeso a un filo, con Lapid che continua a cercare la strategia vincente per sbarrare la strada a Netanyahu.



