Il 25 ottobre rappresentava un momento cruciale per l’Ilva, dato che scadevano i 90 giorni concessi da un decreto della Corte d’Appello di Milano per la rimozione dell’amianto e la riduzione delle emissioni di polveri sottili. Tuttavia, l’area a caldo dello stabilimento di Taranto è rimasta in fase di preriscaldo, senza che si procedesse allo spegnimento previsto. Questo ritardo è stato causato da un recente decreto del governo che ha esteso il periodo di preriscaldo fino al 15 dicembre, in attesa di una decisione da parte della Corte di Cassazione riguardo ai ricorsi presentati dalle aziende contro il decreto milanese.
Nel frattempo, gli impianti continueranno a funzionare alimentati da gas acquistato esternamente, poiché la produzione interna è attualmente ferma. Questa spesa, che ammonta a diversi milioni di euro al mese, rappresenta un ulteriore peso per un’azienda già in difficoltà, con perdite nel primo semestre del 2026 che toccano i 551 milioni di euro e un debito totale di oltre 8 miliardi di euro.
Ora, si attende con trepidazione la pronuncia della Cassazione, che ha fissato l’udienza in tempi relativamente brevi, contrariamente alle attese di un’attesa di anni. Tuttavia, il fine settimana è trascorso senza aggiornamenti, e le aspettative dei legali si sono fatte più cautelose riguardo ai tempi di attesa per la decisione.
Oltre alla questione in Cassazione, altre date significative si avvicinano per l’ex Ilva: il 27 ottobre si svolgerà un incontro tra il governo e i sindacati, con il ministro per le Imprese, Adolfo Urso, presente, mentre entro l’8 novembre dovranno essere presentate le offerte vincolanti da parte dei gruppi interessati, tra cui gli indiani di Jindal e una cordata di acciaierie italiane guidate da Federacciai. Entrambi i fronti, governativo e imprenditoriale, attendono la sentenza della Cassazione per poter pianificare i loro prossimi passi, soprattutto in relazione alla gestione dell’area a caldo, che non interessa gli acquirenti italiani.



