Il gioco di parole Apegramma, proposto dal Corriere, invita i lettori a esplorare la propria creatività linguistica attraverso una griglia a forma di alveare. Ogni cella contiene una lettera, e l’obiettivo è formare quante più parole possibile, includendo quella centrale. Con la possibilità di ricorrere alle lettere più volte, i partecipanti possono accumulare punti e affinare le proprie abilità lessicali. Ogni martedì, un suggerimento viene rivelato sul sito per stimolare ulteriormente il gioco. Oggi, il termine chiave è BESTEMMIA.
La bestemmia, un concetto che affonda le sue radici nelle prime civiltà, è emersa con lo sviluppo del linguaggio umano come una forma di offesa alle divinità. In greco antico, il termine blasphēmíā indicava il “parlare male” o la “diffamazione”, in particolare in un contesto religioso. Socrate, ad esempio, fu condannato a morte nel 399 a.C. per empietà, non riconoscendo gli dèi della sua città.
La parola bestemmia deriva da blasphēmíā, composta da bláptein (“danneggiare”) e phē̂mē (“reputazione”). Questo termine è giunto fino a noi, mantenendo il suo significato di offesa a una divinità. Col tempo, la sua connotazione si è ampliata, includendo anche l’idea che chi bestemmia possa perdere la propria dignità, avvicinandosi agli animali. Come riportato dal vocabolario Treccani, bestemmia si riferisce a espressioni ingiuriose rivolte a Dio o a elementi sacri.
Secondo l’enciclopedia Cathopedia, sebbene oggi il termine si riferisca principalmente a insulti diretti verso la divinità, in passato la bestemmia poteva rappresentare anche affermazioni che offendevano verità religiose accettate. Nelle culture primitive, si credeva che le parole avessero una forza magica, in grado di alterare la realtà. Nel diritto romano, inizialmente la bestemmia non era considerata un reato, ma divenne punibile con la pena di morte con l’Editto di Tessalonica nel 380 d.C.
Durante il Medioevo, i tribunali applicavano pene severe contro i bestemmiatori, inclusa la mutilazione della lingua. Con l’avvento del regime fascista, la bestemmia fu inserita nel Codice Penale. Tuttavia, nel 1995, la Corte Costituzionale dichiarò parzialmente illegittimo l’articolo che la puniva, estendendo la protezione a tutte le fedi religiose. Infine, nel 2000, la bestemmia fu depenalizzata, diventando un illecito amministrativo.
In ambito letterario, la bestemmia è stata affrontata anche da Dante Alighieri, che nei suoi versi allude ai peccatori che compiono violenza contro Dio. Anche Alessandro Manzoni, nel suo capolavoro “I Promessi Sposi”, utilizza la bestemmia come strumento narrativo per esprimere il conflitto tra il potere e la fede.
Infine, nella poesia di Salvatore Quasimodo, il concetto di bestemmia si intreccia con il dolore e la sofferenza storica del Sud Italia, riflettendo le ingiustizie e le lotte di un popolo. Apegramma, attraverso la sfida linguistica che propone, diventa così non solo un gioco, ma anche un mezzo per esplorare e riflettere su temi profondi come la religione e la dignità umana.



