martedì, 20/10/2026

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Allerta e confusione online dopo i disordini: messaggi allarmistici su violenze e minacce alle università.

La settimana è iniziata a Milano con un clima di panico diffuso, alimentato da audio inquietanti su Whatsapp e post virali su Instagram. Le segnalazioni riguardano aggressioni, rapine e violenze, con affermazioni allarmanti come…

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La settimana è iniziata a Milano con un clima di panico diffuso, alimentato da audio inquietanti su Whatsapp e post virali su Instagram. Le segnalazioni riguardano aggressioni, rapine e violenze, con affermazioni allarmanti come la formazione di un gruppo di 400 persone con l’intento di attaccare le ragazze e di colpire luoghi pubblici come le università e i musei. Si parla anche di minacce specifiche, come l’intenzione di «uccidere i futuri rich» e di attaccare la Cattolica.

La psicosi collettiva ha preso piede rapidamente, rendendo difficile per i cittadini discernere tra verità e false notizie. Le chat tra genitori e studenti sono diventate un terreno fertile per la disinformazione, creando un’atmosfera di paura che ha portato a negozi chiusi e scuole con porte serrate. Nonostante le voci di violenze e attacchi, quando si cerca di verificare i fatti, si scopre che non ci sono conferme concrete: nessun raid organizzato, nessun atto terroristico e nessuna caccia all’uomo sistematica.

Milano, invece di essere vittima di violenze reali, sembra essere stata colpita da un contagio emotivo virale. La città è diventata preda di una sindrome da accerchiamento, in cui il nemico percepito è il giovane «maranza», nonostante la maggior parte degli arrestati siano minorenni e gli incidenti gravi con i cittadini siano praticamente assenti. I dati mostrano che l’80% dei feriti è composto da forze dell’ordine, mentre la paura continua a dominare il discorso pubblico.

La domanda che sorge spontanea è come una metropoli come Milano possa cadere in una spirale di disinformazione così profonda. La risposta risiede nella natura stessa dei social media, dove algoritmi progettati per massimizzare il coinvolgimento emotivo amplificano la paura e l’indignazione. In questo contesto, le smentite razionali faticano a trovare spazio e l’era della complessità viene rifiutata in favore di paure più facili da digerire.

Un esempio di questo fenomeno può essere visto nel modello di Ceuta, dove notizie false hanno indotto migliaia di persone a muoversi verso il confine tra Marocco e Spagna. A Milano, invece, il risultato è stato una mini-paralisi emotiva, con un allerta collettivo che ha costretto lavoratori e studenti a rimanere a casa. Anche se statisticamente i reati non stanno aumentando, la percezione di insicurezza si diffonde rapidamente, evidenziando la vulnerabilità delle democrazie occidentali all’influenza dei social media e alla cosiddetta “social media intelligence”.