Ieri, la rubrica ha affrontato un tema inedito e controverso: il conflitto tra il colosso bancario Ubs, il governo svizzero e l’intero spettro politico della Confederazione. Le reazioni a questo dibattito sono state molteplici e inaspettate. Diversi lettori svizzeri hanno messo in discussione il motto tradizionale secondo cui «Quello che è buono per Ubs è buono per la Svizzera». Questo scetticismo nasce dalla constatazione che, troppo frequentemente, le finanze pubbliche sono intervenute per salvaguardare gli interessi di Ubs, attualmente guidata da Sergio Ermotti e classificata come ventunesima per capitalizzazione globale. Infatti, il bilancio di Ubs è pari a una volta e mezzo quello del Paese stesso.
Un lettore ha sollevato una domanda provocatoria: perché non ci si interroga allo stesso modo riguardo a Intesa Sanpaolo? A mio avviso, il dibattito pubblico sulle motivazioni industriali dell’Offerta pubblica su Monte Paschi è stato insufficiente. Si è parlato poco delle condizioni del mercato del credito, della sua competitività e della sua capacità di sostenere le imprese dopo la probabile conclusione dell’operazione.
Inoltre, quali vantaggi possono derivare per i risparmiatori da una gestione del risparmio più concentrata e tipicamente italiana in un contesto con le commissioni più elevate d’Europa e una grande disparità tra interessi attivi e passivi? La situazione di Mediobanca è incerta in un Paese che ha un mercato di investment banking limitato. Ma ciò che è ancora più critico per l’Italia è il destino delle Generali, in cui Intesa rappresenta un concorrente chiave nel settore assicurativo.
Intesa Sanpaolo non è tanto “troppo grande” per l’Italia, quanto piuttosto “troppo italiana”. Questa caratteristica le conferisce un potere significativo e legittimo, ma potrebbe rivelarsi insidiosa se accompagnata da un eccessivo conformismo.



