Negli ultimi anni, il lavoro da remoto, inizialmente adottato come misura necessaria durante la pandemia, si è trasformato in una prassi consolidata per milioni di lavoratori. Oggi, però, lo smart working si trova al centro di un acceso dibattito tra aziende e sindacati. La recente decisione di UniCredit di abolire lo smart working è solo l’ultimo episodio di una serie di contrattazioni che coinvolgono diverse imprese, tutte desiderose di riportare i propri dipendenti in ufficio.
Un esempio significativo è quello di Capgemini Italia, dove la discussione ha avuto inizio nella primavera del 2025. L’azienda aveva proposto di limitare le giornate da remoto a dodici al mese, ma dopo mesi di trattative, si è giunti a un accordo che prevede almeno sei giorni in presenza mensili, senza vincoli settimanali. Tale intesa, approvata dall’80% dei dipendenti, è entrata in vigore a settembre 2025 e durerà due anni, con agevolazioni per chi ha figli o vive lontano dalla sede.
In un contesto simile, Deloitte Italia ha recentemente firmato un accordo per circa 15 mila dipendenti, stabilendo una presenza minima di due o tre giorni a settimana negli uffici o presso i clienti, con alcune deroghe per specifiche categorie di lavoratori. Tuttavia, i sindacati hanno sollevato preoccupazioni riguardo ai dipendenti che vivono a più di cento chilometri dalla sede, richiedendo tutele adeguate.
Adecco ha optato per una strada diversa, confermando le regole esistenti sullo smart working fino al 2027 e rinviando ulteriori discussioni su un possibile nuovo assetto. Altre trattative rimangono aperte, come nel caso di Coop Alleanza 3.0 e Novomatic Italia, dove si discutono riduzioni delle giornate di smart working e le relative implicazioni sui costi di trasporto e sugli equilibri familiari.
Nonostante le tensioni, i dati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano raccontano una storia differente: nel 2026, il 14% delle grandi aziende ha ampliato le possibilità di lavoro da remoto, mentre solo l’8% le ha ridotte. Attualmente, in Italia, ci sono 3,56 milioni di smart worker, con un incremento nelle grandi imprese.
Nel settore pubblico, la situazione è ancora più favorevole, con 590 mila lavoratori agili e lo smart working presente nel 69% degli enti. Tuttavia, il Ministro Paolo Zangrillo ha sottolineato che spetta ai dirigenti decidere le modalità di attuazione del lavoro agile, evidenziando l’importanza di un equilibrio tra autonomia dei lavoratori e responsabilità manageriali.
Marco Carlomagno, segretario generale della Federazione Lavoratori Pubblici, critica la tendenza a confondere la presenza fisica con la produttività, insistendo sulla necessità di obiettivi chiari e diritti chiari alla disconnessione. La sfida, secondo lui, non è scegliere tra lavoro da casa e in ufficio, ma costruire un modello di lavoro più efficiente e umano.
La ricerca europea Remaking, condotta in più paesi, evidenzia i benefici del lavoro da remoto, come la riduzione dei tempi di trasporto e una maggiore autonomia, ma anche i rischi di isolamento e la difficoltà di separare vita privata e professionale. In definitiva, la questione non è solo una battaglia tra aziende e sindacati, ma un’opportunità per ripensare il futuro del lavoro.




