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Louis Har, liberato dopo 129 giorni di prigionia, esprime preoccupazioni per la sicurezza futura e critica la risposta di Netanyahu al conflitto.

Louis Har, un uomo di origine argentino-israeliana di 72 anni, ha vissuto un’esperienza traumatica che lo ha segnato profondamente: 129 giorni di prigionia a Gaza. Oggi, nel primo anniversario del 7 ottobre, preferisce non…

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Louis Har, un uomo di origine argentino-israeliana di 72 anni, ha vissuto un’esperienza traumatica che lo ha segnato profondamente: 129 giorni di prigionia a Gaza. Oggi, nel primo anniversario del 7 ottobre, preferisce non affrontare la politica, ma piuttosto riflettere sulla sua esperienza e sul futuro.

Har e la sua compagna Clara, insieme a tre familiari, furono rapiti da Hamas dal kibbutz Nir Yitzhak. La notte del 12 febbraio 2024, mentre si trovava in un appartamento nella Striscia, un’esplosione lo fece temere il peggio. In realtà, si trattava dell’inizio dell’operazione militare israeliana che li avrebbe riportati a casa.

Tre anni dopo quegli eventi drammatici, Har cerca di mantenere una prospettiva positiva, nonostante i flashback inquietanti che lo perseguitano. “Provo a convivere con i ricordi dell’inferno”, confida, mentre cerca di impegnarsi a raccontare la sua storia per non riviverla continuamente.

Durante la prigionia, Har ricorda che, sebbene le condizioni fossero dure, inizialmente ricevevano cibo sufficiente. “Cucinavo anche per i terroristi”, racconta, sottolineando come cercasse di distrarre i compagni con storie per alleviare la tensione.

Le sue paure più grandi erano legate alla propria famiglia: “Temevo di morire sotto le bombe e mi chiedevo se fossero vivi”. Oggi, porta con sé molte domande su quanto accaduto, chiedendosi perché il 7 ottobre sia avvenuto e perché gli ostaggi non siano stati una priorità per il governo israeliano.

Nonostante il suo desiderio di non entrare in politica, Har esprime dubbi sulle azioni del primo ministro Benjamin Netanyahu, accennando a un possibile disinteresse: “Dormiva. Se non ci fosse stato Trump…”. Tuttavia, Har mantiene il contatto con altri ex ostaggi, ognuno dei quali affronta la propria esperienza in modo diverso.

Attualmente vive nel kibbutz di Urim, mentre Clara è tornata a Nir Yitzhak. “Non ho paura”, afferma, “se me ne vado lascio vincere il terrore”. Har esprime il desiderio di una vita pacifica e di un futuro migliore, rifiutando l’idea di vendetta.

Il suo kibbutz rimane un luogo centrale per le sue relazioni, anche con i palestinesi. Sebbene desideri ancora una coesistenza pacifica, ammette di avere difficoltà a crederci, a causa delle esperienze vissute. Parlando del contesto attuale, Har sottolinea la necessità di combattere l’estremismo da entrambe le parti e si domanda se la comunità internazionale stia davvero ascoltando il dolore degli israeliani e dei palestinesi.

Infine, esprime preoccupazione per come il suo paese venga rappresentato a livello internazionale, affermando che è importante mostrare anche il lato positivo di Israele per contrastare l’antisemitismo e promuovere una narrazione più equilibrata.