Il 30 marzo 1979, un tecnico della fabbrica di Sverdlovsk, ora conosciuta come Ekaterinburg, lasciò una nota sulla scrivania del suo superiore prima di tornare a casa. La nota, che riportava la necessità di sostituire un filtro intasato, rimase ignorata. Solo poche ore dopo, le centrifughe della struttura, camuffata da laboratorio civile, continuarono a operare senza alcuna protezione, mentre il vento degli Urali disperdeva una nube di spore di antrace, un agente patogeno al centro del controverso programma di armi batteriologiche sovietico. Tre giorni dopo, gli operai di una fabbrica di ceramica iniziarono a mostrare segni di malattia, con un bilancio ufficiale di 66 morti, sebbene altre stime parlino di numeri ben più elevati.
Quarantasette anni dopo, il timore che la storia possa ripetersi è palpabile. Le autorità russe, dopo la morte della scienziata Darya Shipilova in un laboratorio siberiano, hanno mantenuto il silenzio sulla causa della sua morte, limitandosi a menzionare una polmonite. Nonostante le rassicurazioni, la memoria storica invita a dubitare delle versioni ufficiali. Durante l’epidemia di Sverdlovsk, le prime notizie furono respinte come calunnie, mentre la stampa sovietica tentava di giustificare l’accaduto con storie di carne avariata venduta illegalmente.
Oggi, mentre il governo russo rifiuta di fornire chiarimenti all’Organizzazione Mondiale della Sanità e agli Stati Uniti, il parallelo con il passato è inquietante. Le autorità hanno ignorato le richieste di spiegazione riguardo a un presunto secondo caso di peste. Anche se i nomi e le circostanze possono essere cambiati, il copione sembra rimanere invariato. La risposta di Mosca a Donald Trump, che si era offerto di inviare assistenza, è stata sarcastica, suggerendo che la Russia potesse insegnare agli Stati Uniti come affrontare le epidemie.
La rapidità delle comunicazioni moderne ha reso la situazione più complessa rispetto agli anni ’80, quando le notizie sugli eventi di Sverdlovsk impiegarono un anno per arrivare in Occidente. Oggi, le informazioni vengono diffuse in tempo reale, ma la mancanza di accesso ai laboratori russi rimane un ostacolo significativo. Inoltre, la storia insegna che l’ammissione di responsabilità da parte delle autorità sovietiche è giunta solo dopo anni di insistenza e pressioni esterne. Nonostante le promesse di trasparenza, il silenzio continua a regnare, alimentando il sospetto che il programma di armi biologiche non sia mai realmente stato dismesso.




