BERLINO – La recente assegnazione del premio Nobel per la pace a Navi Pillay, avvocata di Nelson Mandela e giudice alla Corte internazionale dell’Aia, ha riacceso il dibattito sulla giustizia internazionale. Questo riconoscimento sembra voler sottolineare un messaggio chiaro: la giustizia internazionale deve prevalere sulla violenza e sulle minacce.
In risposta immediata a questo evento, gli Stati Uniti hanno messo in atto sanzioni contro la Corte penale internazionale (CPI), che si occupa di crimini come genocidio e crimini di guerra. Marco Rubio, segretario di Stato americano, ha dichiarato: “Vieteremo le transazioni con questa Corte fuorilegge”, minacciando di paralizzarne le operazioni. “O la CPI metterà fine alle sue minacce, oppure noi metteremo fine alla Corte”, ha aggiunto Rubio, evidenziando un atteggiamento aggressivo nei confronti di un’istituzione che conta 125 membri, ma che non include Stati Uniti e Turchia.
Tomoko Akane, presidente della CPI, ha risposto con fermezza, affermando che la Corte continuerà a svolgere il proprio mandato, ma ha avvertito che il suo futuro dipende anche dagli Stati che l’hanno istituita. L’amministrazione americana ha definito la CPI come una “banda di teppisti”, mentre il suo stesso presidente, Donald Trump, aveva già espresso un simile disprezzo durante un intervento all’Onu.
Le sanzioni imposte dagli Stati Uniti potrebbero avere conseguenze devastanti per la CPI. Infatti, già nove dei diciotto giudici della Corte sono stati colpiti da misure restrittive, costretti a vivere senza accesso a normali servizi come prenotazioni alberghiere e carte di credito. Questo scenario di isolamento è il risultato di un conflitto di lungo corso, in cui gli Stati Uniti contestano la possibilità di processare i propri soldati. Tuttavia, lo Statuto della Corte prevede che i crimini possano essere perseguiti, sia da cittadini di Stati membri che da chi commette atti illeciti in territori di Stati aderenti.
Recentemente, due mandati d’arresto, uno contro Vladimir Putin e l’altro contro Benjamin Netanyahu, hanno ulteriormente inasprito le tensioni tra la CPI e gli Stati Uniti. Mentre la Russia ha risposto condannando i giudici in contumacia, gli Stati Uniti hanno scelto di sanzionare alcuni membri della Corte per proteggere il loro alleato israeliano.
Il sostegno europeo alla CPI potrebbe rivelarsi cruciale in questo momento critico. Ursula von der Leyen ha definito le sanzioni americane come “deplorevoli”, mentre sette paesi, tra cui l’Italia, hanno ribadito il loro impegno per l’integrità della Corte. L’Europa, inoltre, ha a disposizione strumenti come lo statuto di blocco, che potrebbe schermare la CPI dalle pressioni statunitensi.
Con l’Olanda che ha già richiesto l’attivazione di questo statuto, il futuro della CPI potrebbe dipendere dalle scelte che l’Europa prenderà nei prossimi sei mesi, periodo in cui gli Stati Uniti hanno stabilito una sorta di ultimatum. La questione rimane aperta: come reagirà l’Europa alle pressioni americane, e quale sarà il destino della giustizia internazionale?



